Perché riempiamo i soffitti di lucine e lo chiamiamo design.
Siamo nel secondo ventennio del XXI secolo.
Abbiamo le macchine che si guidano da sole, i robot che fanno le faccende domestiche, i frigoriferi che ti dicono pure cosa devi ricomprare, siamo sull’orlo di una crisi energetica e ambientale permanente e con un piede sul precipizio dell’ennesima catastrofe globale.
Ma loro no.
I faretti incassati resistono a tutto.
Più delle mode, più del buon senso, più di certe relazioni tossiche che continui ostinatamente a chiamare “complicate”.
Loro sono ancora lì. Fermi. Intoccabili.
E incassati dove?
Naturalmente in un bellissimo controsoffitto che ti abbassa la stanza di quei 30 centimetri buoni -se il geometra non si è fatto prendere troppo dall’estro creativo- e ti restituisce, appena rientri, quel senso d’ansia sottile che speravi di esserti lasciato fuori dalla porta insieme alle mail, alle bollette e ai tuoi piccoli crolli interiori quotidiani.
E invece no.
La tua cara ansietta ti ha preceduto. È già lì con te, seduta composta sotto quel meraviglioso controsoffitto bianco latte dalle curve sinuose, mentre una costellazione di faretti ti illumina dall’alto come la Via Lattea in mezzo al mare di notte. Depressione estetica
Spesso, siccome i mali non si presentano mai da soli, il controsoffitto arriva pure in buona compagnia. Magari sorretto da panzute colonne in gesso, scanalate come se l’antica Grecia avesse davvero chiesto di essere reinterpretata in un trilocale ristrutturato male. Intorno, drappeggi damascati che tolgono luce a finestre già provate dalla vita, dettagli dorati disseminati qua e là, e un salotto che sembra il sacrario di un’idea di lusso morta annegata in un Moscow Mule fatto con il ginger ale.
Ma restiamo sui faretti.
Tondi. Quadrati. Rettangolari, per i più audaci. Freddi, caldi, neutri, orientabili, minimal, tecnici.
Non cambia niente. Sono sbagliati.
Sono sbagliati perché appiattiscono lo spazio. Perché mortificano i volumi. Perché spacciano per “moderno” ciò che nella migliore delle ipotesi è un automatismo, e nella peggiore un crimine decorativo commesso con piena premeditazione.
Quindi sì: demolisci quelle sovrastrutture di Satana e libera la tua casa. Puoi farlo danzando con un palo santo, lanciando sale grosso negli angoli di ogni stanza, suonando campane tibetane. Ma fallo.
Fallo per te, per la tua serenità visiva, per la dignità del tuo appartamento e per quel brandello di anima che ancora spera di abitare uno spazio senza veletta curva e costellazione luminosa.
È un gesto importante. Un patto con te. Un atto di redenzione estetica.
Perché la verità è che lo sai anche tu.
Da qualche parte, sotto strati di cartongesso, abitudini sbagliate e pessimi consigli ricevuti dal cugino, l’intenzione è già lì, devi solo trovare il coraggio.
Puoi farcela, sei perfettamente in grado di scegliere tra sospensioni, applique, lampade da terra, da tavolo, luci indirette, scenari luminosi che non facciano sembrare il tuo soggiorno la hall di un centro congressi di provincia.
L’industria dell’illuminazione è vasta, intelligente, meravigliosa.
Il soffitto non ti ha fatto niente. Lascialo stare.
E se non sai da dove cominciare, il mio contatto è in alto a destra.