C’è una cosa che inizio a non sopportare più, e sì: oggi mi inimico mezzo condominio, tutte le aziende di infissi e pure l’amico dell’amico che “no ma guarda che così in inverno la usi”.
Parlo della mania contemporanea di prendere un terrazzo o un balcone -cioè aria, luce, respiro- e trasformarlo in cubatura emotiva. Un “quasi soggiorno”, un “praticamente veranda”, un “tanto è edilizia libera”.
Ecco, appunto, “tanto è edilizia libera” è diventata la frase passepartout con cui ci si assolve da tutto, dal cattivo gusto, dalla violenza sulle facciate, dalla perdita di qualità dell’abitare. Dall’idea stessa che uno spazio esterno sia una parte vitale della casa e non un avanzo da sistemare.
Lo spazio esterno non è una stanza di cui abusare. Un balcone e un terrazzo esistono per un motivo, anzi per quattro:

  • garantire aria (quella vera);
  • portare luce (quella che ti regola l’umore e il sonno);
  • darti una soglia tra dentro e fuori (uno dei lussi più grandi dell’abitare);
  • accogliere il verde (design, benessere, cura).

E invece cosa facciamo? Lo prendiamo e lo chiudiamo come si chiude una scatola: via la soglia, via la respirazione, via l’ombra naturale, via la possibilità di vivere l’esterno come esterno.
Congratulazioni: abbiamo appena trasformato un plus in un artefatto.

La serra equatoriale da 23K

Devo dirlo, mai come in questo periodo in cui sto cercando casa, ho smesso di guardare i metri quadri e ho iniziato a osservare le conseguenze psicologiche delle scelte altrui.
Sono entrata in un appartamento con un terrazzo enorme. Enorme. Uno di quelli che, sulla carta, ti cambiano la vita: colazione fuori, piante, ombra, amici, tramonti e case libri auto viaggi fogli di giornaaaale
Uno spazio che ti restituisce qualcosa che oggi sembra rarissimo: il contatto diretto con l’esterno.
Invece no.
Terrazzo sigillato e trasformato in una serra equatoriale. Una teca. Un acquario per esseri umani.
Il proprietario, gonfio in petto, mi fa: “Guardi, ho speso 23 mila euro in vetrate, e praticamente ho eliminato i riscaldamenti. In inverno qui si sta a maniche corte.”
A maniche corte. In una teca. Come gli animali esotici in cattività. Mia sorella ha dei serpenti bellissimi, le scrivo subito: “Ho trovato casa per i tuoi cuccioli”.
Sul serio: c’era un calore a cui neanche una piantagione di vaniglia sopravviverebbe. Un microclima schizofrenico. Un esperimento climatico. Un’idea di comfort che assomiglia più a una punizione che a un upgrade.

La parolina magica: VePa

Poi c’è la parolina magica, quella che piace tantissimo agli agenti immobiliari: VePa (vetrate panoramiche amovibili). Pronunciata spesso con lo stesso tono con cui uno dice “è biodegradabile” mentre butta la plastica nell’umido.
Perché molte di queste soluzioni sono:

  • plasticose (dai, dopo petaloso, plasticoso me lo passi) nell’effetto. Sì, anche se è vetro;
  • piene di profili e giunti che rovinano l’intera facciata;
  • in grado di trasformare un edificio in un collage di decisioni individuali senza alcun rispetto per l’insieme.

Una facciata è parte della città, del paesaggio. Non è la tua bacheca di Facebook (sì, sono abbastanza sicura che se hai una VePa usi ancora Facebook).

Il paradosso del “così la usi anche d’inverno”

Questa frase merita un capitolo a parte, perché è l’argomento preferito: “Così lo spazio lo sfrutti tutto l’anno”.
Ma lo spazio esterno è fatto per essere usato come esterno quando è il suo tempo.
È come dire: “Ho comprato un mare bellissimo, peccato che oggi piova. Ho messo un tetto e adesso è una piscina coperta”.
Sì, tecnicamente lo usi anche d’inverno. E tecnicamente hai appena ucciso l’esperienza.
Guarda, la butto lì, azzardo un’idea radicale: lascia che il terrazzo faccia il terrazzo.
Rivoluzionario, eh?
Vuoi usarlo meglio anche quando fa freddo?
Metti schermature serie (tende tecniche, frangisole, soluzioni reversibili e coerenti col prospetto).
Progetta lo spazio come soglia, non come stanza abusiva.
Arreda l’esterno come esterno, senza fargli fare la cosplay da salotto.
Vuoi comfort interno?
Lavora sull’involucro, sulle dispersioni reali, sugli impianti, sull’ombreggiamento, sulle abitudini.
Non plastificarti dentro casa. E no: non dire “guarda che è vetro”. L’effetto è sempre quello del plasticone da circo. Davvero. Pietà.

Se stai per chiudere un terrazzo, fermati un secondo e chiediti:

  • Sto migliorando la qualità dell’abitare o sto solo inseguendo metri?
  • Sto rispettando il prospetto dell’edificio o lo sto sabotando?
  • Sto creando un luogo per il verde o lo sto eliminando?
  • Tra dieci anni lo rifarei? No. Te lo dico io: no.

Perché c’è una frase che dovremmo tornare a dire ad alta voce: non tutto ciò che si può fare merita d’essere fatto.
E certe teche, certe serre domestiche, certe “soluzioni da 23K” sono la prova che abbiamo barattato il piacere dell’abitare con qualche metro quadro in più.
E la cosa più triste è che quei metri in più sono solo una stanza abusata. E pure brutta.