Quest’anno il 20 marzo comincia la primavera.
Che è un dato astronomico, certo, ma a Roma significa soprattutto una cosa: chi può fugge verso Fregene o Ostia, chi resta in città si aggrappa al balcone come a un diritto costituzionale.
Ed è lì che si consuma, ogni anno, la solita tragedia stagionale: ciottoli bianchi, erba sintetica e altri piccoli reati.
Partiamo dai ciottoli bianchi. Metto su la musica di SuperQuark e proseguo.
Nessuno sa davvero perché esista questo bisogno di spargere sassi decorativi su terrazzi e balconi. Forse un richiamo ancestrale alla campagna. Forse il bisogno di delimitare un confine. Forse, più semplicemente, un abbaglio collettivo mai rientrato.
Il punto è che i ciottoli bianchi sono quasi sempre il primo indizio di una certa idea di esterno: un misto tra benzinaio dell’Eur e giardino zen.
Poi c’è lei. Immortale. Irriducibile. L’erba finta.
La trovo sempre toccante, in un certo senso. È il desiderio del prato risolto nel peggiore dei modi. Una nostalgia.
E siccome alla nostalgia raramente basta stare ferma, appena arriva marzo scatta il bisogno di rimediare. Di aggiungere, comprare, riempire, sistemare. Ed è lì che comincia il secondo atto di primavera: l’acquisto compulsivo da vivaio.
Eccomi, vostro onore. Colpevole.
A marzo è tutto bellissimo. Ad aprile pure. A maggio ti senti persino una persona capace. Poi arriva l’autunno e il balcone sembra la scena del crimine dopo un festino bilaterale interrotto dalla nostra Elettra Lamborghini perché non riesce a dormire. Voilà.
Questo per dire una cosa molto semplice: uno spazio esterno non va pensato solo nel suo momento migliore, ma anche quando si svuota, si spegne, perde scena. O scegli specie che tengono bene nelle stagioni, oppure progetti un insieme che resti decoroso anche da spoglio.
Io, per esempio, ho trovato una grande pace nelle graminacee. I Carex funzionano benissimo: morbidi, leggeri, ordinati. Riempiono bene, fanno atmosfera e soprattutto non sembrano una scenografia da outlet del mobile.
E poi c’è il mio personale atto d’amore: l’acero.
Per me è una delle piante più eleganti che esistano. Occupa poco, ma ha una presenza enorme. È leggero, delicato, e soprattutto riempie i vuoti in ombra.
Quindi, alla fine, il punto è questo: non servono i sassi bianchi e non serve il rotolo d’erba sintetica.
La ricetta è fatta di pochi ingredienti: una seduta comoda, un tavolino, dei bei vasi, possibilmente non di plastica, magari uno o più tappeti in iuta e un acero.
E già che ci siamo, visto che siamo a marzo, le lucine di Natale le togliamo?