Color drenching, double drenching, color capping.
Per chi fa questo mestiere, o anche solo per chi passa abbastanza tempo a guardare case su Instagram con la stessa concentrazione con cui io ascolto Zorzi parlare di interior, questi termini sono ormai entrati nel linguaggio comune.
Un po’ come “esco il cane”: nessuno sa bene quando sia successo, ma ormai è andata così.
A ridosso della Design Week, poi, il livello sale.
“Tu oggi che fai?”
“Pensavo a un color drenching del living, ma poi mi sono detta: si campa una volta sola. Facciamo un double drenching e chiudiamola qui.”
Ed è proprio questo il punto: a furia di usare parole inglesi, anche la cosa più semplice comincia a sembrare la formula per un integrale indefinito riservata a chi ha un’opinione molto netta sui sottotoni del tortora e la necessità di farlo sapere.
Ma tutto questo inglesismo, alla fine, per dire cosa?
Per dire che abbiamo scoperto la stanza come scatola. Una scatola colorata, certo. A volte tutta immersa nello stesso tono. A volte costruita per sfumature. A volte con un soffitto che si fa vedere.
Tradotto davanti a un caffè:
- il Color drenching è quando prendi un colore e lo fai andare ovunque. Pareti, porte, infissi, battiscopa e soffitto. L’idea è semplice: ridurre gli stacchi, dare continuità. In pratica, immergere la stanza nel colore come si fa con un biscotto nel caffelatte, ma con più coraggio;

- il Double drenching è il passaggio successivo, quello in cui non ti basta più una sola tonalità e vuoi dimostrare di saper gestire anche le parentele cromatiche. Quindi entri nel territorio di due o più colori della stessa famiglia, distribuiti tra pareti, soffitto, dettagli e superfici varie per ottenere un effetto più ricco, più stratificato, più studiato;

- il Color capping, invece, è il momento in cui il soffitto smette di essere l’eterno escluso. Qui il colore cambia, spesso si intensifica, e serve a chiudere visivamente la stanza, a modificare la percezione delle proporzioni, a portare lo sguardo verso l’alto oppure, al contrario, ad abbassare l’ambiente e renderlo più raccolto. Quindi sì, finalmente si parla anche della quinta parete (cap). E direi anche era ora.

Conviene però dirsi una cosa in tutta sincerità: non basta prendere il proprio colore preferito e spalmarlo su un’intera stanza per ottenere una casa sofisticata. Magari fosse così. Anche perché, spiace dirlo, ma avere un colore preferito non equivale ad avere gusto nel saperlo usare. Sono due faccende diverse, e a volte persino lontane. Ci sono colori splendidi da soli e disastrosi in convivenza. Un po’ come certe persone: notevoli a un primo brindisi, faticose già al secondo bicchiere.
Per questo trovo sempre molto fanciullesco l’entusiasmo di chi guarda una stanza su Pinterest e pensa: “Ecco, faccio così”.
Se sei fra quelli, pensati abbracciato.
La verità è che una stanza immersa nel colore può essere bellissima. Può essere colta, sensuale, calibrata, piena di atmosfera. Ma può anche sembrare il risultato di una decisione presa con troppa sicurezza, sotto l’effetto drogato dell’algoritmo Meta, mescolato al terrore di un preventivo fantamilionario (ma magari qualcuno ci cascasse).
Insomma, benissimo che il soffitto sia uscito dal programma protezione testimoni. E benissimo anche che il colore abbia smesso di essere confinato alle solite quattro pareti trattate con prudenza condominiale.
Quindi fai pure: drenching, double drenching, capping e tutto il repertorio.
Ma prima di aprire il secchio, una domanda andrebbe fatta: questa stanza regge il colore o rischio una Caporetto?
Perché nel primo caso nasce un’atmosfera. Nel secondo, nasce il mio articolo.