Quando il budget finisce e qualcuno propone sempre “qualcosa di simpatico”.

Prima la cucina, perché “è il cuore della casa”.
Poi il divano, perché “deve essere comodo ma bello”.
Poi il tavolo, le sedie, la lampada giusta, il tappeto che scalda l’ambiente, la parete colorata, lo specchio appoggiato.
E poi il bagno, il luogo del: “vediamo cosa resta a budget”. Resta poco. Sempre.
Il bagno viene spesso trattato come una stanza dove infilare due piastrelle, un mobile sospeso, uno specchio retroilluminato e una speranza usata come collante per mattonelle smaltate “che fanno tanto Mediterraneo”.
Le riggiole sono bellissime, sia chiaro. In Costiera Amalfitana.
Dentro un bilocale romano con porta tamburata anni Ottanta e mobile effetto rovere miele, iniziano a sembrare la prova di un reato. Uno qualunque. Colpevole. Garlasco insegna.

Il bagno è quel non luogo dove una pianta finta sopra la cassetta del wc viene spacciata per biofilia. Dove la tenda in plastica resiste come un trauma generazionale. Dove la cromoterapia diventa la scena di un rave consumato tra shampoo e balsamo.
Se hai le luci rosse e blu in doccia, le colonie di Gilead potrebbero avere già pronto il tuo fascicolo.

C’è stato anche un momento preciso, nella vita di molti, in cui il bagno ha coinciso con una parola: Godmorgon. Scesa la lacrimuccia? Sei fra amici.
Quelli che nella prima casa hanno montato mobili Ikea fino a tarda sera, circondati da pannelli, viti minuscole e brugole che poi restano nei cassetti per anni, perché “se poi servono”.
Gli svedesi mettono sempre qualche vite in più. Forse per ricordarci la precarietà della vita adulta. Sempre così risoluti. Sempre così risolti. Noi, invece, sul pavimento, con il manuale aperto e la dignità calpestata.
Montare un mobile da bagno in coppia è la vera soglia dell’amore contemporaneo, capire insieme un libretto di istruzioni senza parole e scoprire in silenzio l’arte delle imprecazioni.
Se la relazione sopravvive a un Godmorgon alle undici di sera, può sopravvivere a tutto.

Il problema arriva dopo.
Quando il bagno continua a essere pensato come una stanza da risolvere, più che da progettare. Quando si sceglie prima la piastrella e poi, forse, si ragiona sullo spazio.
Errore classico.
Il bagno è piccolo, quindi svela tutto.
Ogni scelta sbagliata si vede subito: il mobile troppo profondo, lo specchio troppo piccolo, il rivestimento “di carattere” che dopo due mesi ti dà la nausea.
In soggiorno puoi distrarre lo sguardo con un vaso, una lampada, una pila di libri messi lì con finta casualità. In bagno sei spacciato.
Ecco perché alla frase “nel bagno osiamo” iniziano a cascarmi i capelli a ciocche.
Perché da lì al mosaico glitterato il passo è brevissimo. E anche il mio esaurimento nervoso.

Il bagno contemporaneo ha subìto ogni travestimento possibile: spa, hammam, resort balinese, masseria pugliese, hotel boutique, grotta emozionale. Tutto, pur di evitare una verità molto semplice: è un bagno.
E deve accogliere phon, creme, asciugamani, detersivi, carta igienica, medicine, spazzolini, umanità varia.
La vita reale continua a esistere, anche nei bagni fotografati con un ramo secco nel vaso.

Il bagno rivela tutto: budget, priorità, gusto, scorciatoie, tutto. Per questo andrebbe progettato prima di arrivare al punto più pericoloso di ogni ristrutturazione: “Nel bagno magari mettiamo qualcosa di simpatico.”
Ecco.
Da lì, di solito, comincia il disastro.